Elia Biraschi – Il mio Servizio Volontario Europeo in Ungheria

SVE in Ungheria – “The best 5” di Elia Biraschi – 19 marzo 2012
Sinceramente, non è che avessi proprio le idee chiare su cosa stavo facendo. O su quello che sarei andato a fare. Ad ogni modo, era troppo tardi per i ripensamenti. Stavamo lasciando l’autostrada ungherese a Nagykanizsa per prendere una strada interna verso Sud, verso Kaposvar. Ho dovuto affrontare il viaggio d’andata in macchina perché stavo sulle stampelle. Inizio promettente. Mi serviva aiuto per tutto. Aron, il mio mentor presso Compass, mi stava aspettando davanti al vecchio appartamento dei volontari e ho dovuto goffamente zompettare fuori dalla macchina prima di essere in grado di stringergli la mano.
Per poi caricarsi il fardello del mio zaino sulla schiena e accompagnarmi n al quarto piano senza ascensore di un palazzone anonimo stile sovietico dove i volontari alloggiavano. Non saremmo rimasti là a lungo. Il giorno dopo il mio arrivo fu un giorno molto attivo di trasloco in un nuovo appartamento, più grande e in centro. Ho passato la giornata essendo l’inutilità fatta persona, ma alla sera sono potuto entrare in quella che è stata casa mia per un anno.

kaposvar ungheria SVE Younet

kaposvar_ungheria

Nel giro di due giorni, poi sono arrivati gli altri volontari dall’Europa che sarebbero andati a comporre il nòcciolo duro degli EVS a Kaposvar, quelli che il giorno prima della loro partenza sarebbero stati deniti dallo staff di Compass come The Best Five. Robert, Alejandro, Ottavio, Luca e io quel giorno non lo sapevamo. Quello che sapevamo, però, era che dopo neanche 48 ore di convivenza già ci sentivamo come se fossimo cresciuti insieme. Per quanto cinque persone completamente diverse, evidentemente, avevamo una nota di fondo molto forte che ci accomunava.
Per raggiungere l’ufficio dovevamo attraversare la piazza principale della città, piazza Kossuth, poi un lungo viale alberato popolato da vari negozi. Ho fatto talmente tante volte quella strada, in primavera, che potrei rifarla ad occhi chiusi solo seguendo i vari odori. L’odore degli alberi nel piccolo parco sotto casa, le pietre bagnate della fontana di piazza Kossuth, il gyros all’angolo, le siepi che dividono il marciapiede dalla strada, quel piccolo albero dai fiori rosa del quale non so il nome, ma del quale riconoscerei il profumo tra mille, il fornaio e poi l’odore della parrucchiera appena prima la porta dell’ufficio di Compass. Col passare delle settimane mi si chiarivano le idee su quello che stavo facendo. Entrato nel meccanismo non ebbi problemi a rendermi utile, a mettere a disposizione le mie capacità e a prendere impegni. Ogni giorno imparavo nuove cose. Le attività organizzate da Compass per i giovani o a quelle alle quali prendeva parte erano molto variegate e non ci si poteva annoiare mai. Mezze maratone, feste di paese, eventi ufficiali organizzati dal comune, competizioni culinarie, eventi nelle scuole o all’università, comparse per spot pubblicitari…
abbiamo fatto di tutto. In un mese poteva capitare solo una volta alla settimana che non avevamo niente di speciale da fare. Il tutto in un mondo dove l’ungherese non si impara mai per quanto ti voglia impegnare. Dopo un anno sono arrivato al punto di capire gran parte delle conversazioni, ma essere comunque quasi completamente incapace di intervenire senza causare uno slittamento di lingua verso l’inglese. Ricordo l’impaccio delle prime volte nelle scuole. Quando andavamo per parlare alle classi dello Youth in Action

Younet SVE in Ungheria

Servizio Volontario Europeo (SVE)

portando noi stessi come esempi. E ricordo come questo impaccio piano piano sfumasse contemporaneamente al rafforzamento della sintonia che c’era all’interno del nostro team. Dapprima in determinate cose, poi abbracciando sempre più campi fino ad arrivare al punto che ci potevi buttare davanti a centocinquanta persone senza avvisarci, che saremmo stati in grado di organizzare qualsiasi cosa. L’importante era che fossimo insieme (o almeno in due). L’estate è passata veloce tra Kaposvar, il Balaton e qualche vacanzetta più lunga e lontana. Ma con la fine di settembre ci aspettava una nuova consapevolezza. Con la partenza di Ani e Jessie, le due volontarie a lungo termine che avevano iniziato prima di noi, realizzammo che saremmo stati i prossimi. Per quanto fossi abituati agli addii, perché bene o male i volontari turchi e greci cambiavano ogni due mesi, vedemmo, da un giorno all’altro, che quello che stavamo vivendo sarebbe dovuto ineluttabilmente arrivare ad una fine. In ottobre mancavano ancora 5 mesi a questa fine e non ci pensavamo o non volevamo pensarci. Con l’autunno arrivarono anche i nuovi volontari a lungo termine. Ben sei, da sei paesi diversi e dopo neanche 48 ore di convivenza già ci sentivamo come se fossimo cresciuti insieme. Specialmente con le 4 ragazze con le quali avevamo la stessa nota di fondo che ci accomunava. In poco tempo, e senza troppa retorica, eravamo come 5 fratelli e 5 sorelle (5 donne con la nostra mentor Dora). Condividevamo tutto: il lavoro, la camera, lo spasso, la scrivania, il bucato, la cioccolata, la strada, la spesa, le faticate, il divano… Il 26 novembre ci fu un incontro a Budapest tra tutti i volontari EVS in Ungheria. Ovviamente c’eravamo anche noi. Precedentemente avevamo solamente incontrato i volontari della nostra regione, Del-Dunantul, ed eravamo quindi curiosi. Quel giorno ci fu data la conferma di quanto fortunati fossimo noi ad essere “capitati” tutti insieme. Non per essere cattivo, ma la maggior parte degli altri era un branco di smidollati piagnoni che non si capiva bene cosa fossero venuti a fare in EVS. Il nostro team era talmente abituato ad aver a che fare con tematiche e situazioni molto più importanti, che i problemi che accoravano tanto gli altri ci apparivano infantili ed inutili. Eravamo i più fighi d’Ungheria, e lo sapevamo. Il lavoro era ormai un gioco da ragazzi. Gli stimoli ora arrivavano dal dover passare ai nuovi le competenze e le conoscenze acquisite da noi nei precedenti mesi. Condurli per mano in quello che avevamo provato e vissuto prima di approdare alla soluzione attuale con la quale si trovavano a lavorare.

Dai 37° d’agosto ai -22° di febbraio. L’inverno portò neve e gelo come in tutta l’Europa continentale, ma niente che mi impedisse di andare in ufficio in bici. Gli altri miei amici lasciavano i loro velocipedi a casa e io li prendevo in giro dicendo “è facile andare in bici con il ghiaccio, basta fare attenzione a non cadere”. Con il cielo grigio per giorni, i mezzi metri di neve per terra, i giorni in cui andavamo alla piscina all’aperto sembrano lontani secoli. Quando sei attivo (non indaffarato!) i giorni volano e gli anni non passano mai (come diceva Pavese). Ma quando ripensi a qualcosa nel passato anche prossimo ti sembra lontano anni perché molte altre cose sono avvenute nel contempo. Molti altri ricordi popolano quel frangente di tempo. Ricordi vicini diventano lontanissimi, ma restano vivi. I giorni volano quando sei attivo e presto arrivò il 29 febbraio. Io sono stato il primo a partire della compagnia. Alla stazione di Kaposvar, carico di bagagli come uno sherpa. Tutta la compagnia venne a salutarmi alla stazione. Sporgendomi dal finestrino del treno ancora fermo, incapace di articolare una qualsiasi parola, realizzai che per la prima volta nella mia vita mi pesava partire. Realizzai che lasciavo veramente 4 fratelli e 5 sorelle, una famiglia che nel futuro non avrebbe mai più potuto rivivere come tale, ma solo nei ricordi di dieci persone sparse in tutta Europa.”

Elia Biraschi